Gesù, nel Vangelo, quando doveva insegnare qualcosa di estremamente importante, parlava, ai discepoli, come agli altri, in parabole.
E’ quello un modo molto caratteristico di descrivere i fatti e di spiegarli con delle metafore, usando un racconto rappresentativo dell’evento.
Le parabole non erano sempre di facile e immediata comprensione, tant’è che persino gli Apostoli (a cui Gesù, in privato, chiariva esaustivamente il significato delle sue parole) si chiedevano perché parlasse, in quel modo, al popolo che lo seguiva.
Gesù, nel Vangelo di Matteo, rispose: “Perché a voi è dato conoscere i segreti del Regno dei Cieli, mentre a quelli non è dato. Infatti, a chi ha sarà dato e avrà in abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quel poco che pure ha. Per questo parlo loro per mezzo di parabole: essi guardano senza vedere e ascoltano senza intendere né capire”.
In sintonia con la profezia di Isaia, che annunciava proprio questo, che tanti, cioè, pur avendo ascoltato non avrebbero saputo comprendere.
Forse Gesù alludeva al fatto che chi non vuole intendere non intende e che è necessaria la fiducia indiscussa nella Parola che salva, per comprenderla e accoglierla nel proprio cuore?
Gesù, del resto, era venuto tra gli uomini proprio per questo, per rendere la vista ai ciechi, soprattutto a quelli che non vedevano, a causa della durezza del loro cuore o del peccato.
Gesù veniva a rivelare il Regno di Dio; Gesù veniva per parlarci dei Misteri di Dio, ma la presunzione e l’orgoglio dell’uomo impedivano la comprensione di tali annunci salvifici.
Accade tutt’oggi, quando le persone che non arrivano a concepire l’essenza del Cristo si perdono in domande sulla vita e sul creato di nessun conto, che lasciano il tempo che trovano e che non avvicinano di un centimetro la nostra anima a Dio.
Per comprendere le parabole, dunque, ora come allora, bisogna lasciarsi guidare da Dio, Sommo Bene e unico Creatore.
Antonella Sanicanti
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