Era il lontano 1993 e Renato Zero portava, sul palco di Sanremo, un brano inaspettato, che non lasciava dubbi alla comprensione e di una intensità religiosa e cristiana fuori dal comune.
Un vero e proprio inno alla Vergine; un’invocazione cantata che chiama Maria in ogni ambito incerto dell’esistenza, laddove la nostra fede, ancora in embrione, ci fa avvertire solo silenzio e null’altro.
Quello spazio, reso deserto dal peccato, dalle ingiustizie e dall’egoismo, può e deve essere riempito solo dall’amore di una Madre che tutti abbraccia come figli, anche quando siamo troppo lontani o indegni.
Quella volta all’Ariston, tutto il pubblico si alzò in piedi al applaudire il capo dei sorcini e, per circa dieci minuti, rese omaggio al suo testo:
Quanta poesia, buttata via, Ave, Maria! La crudeltà, l’ingenuità, Ave, Maria!
Noi, sempre ad un passo, dal cielo … poi, davanti agli occhi, quel velo!
Schegge d’eroi, venuti dal mai, Ave, Maria! Fiori appena spuntati e già recisi, Ave, Maria!
Rei di questa cieca ignoranza. Rei del vuoto di una presenza. Puoi, illuminarci, Maria!
Puoi, un’altra volta, puoi, Maria?
Figli, taciuti, venduti o dimenticati! Orrore! Eppure, anche tu, hai finto di non vedere, alimentando così il silenzio che è qui!
Ave, Maria! Ave, Maria! Dove si muore, prima di poter capire, Ave, Maria!
Dove la ragione, non ha più niente, da imparare, Ave, Maria!
Si! Siamo meschini e anche vili, ma non siamo stati mai, così soli … soli, Ave, Maria! Ave, Maria! Ave, Maria!
Stai con la povera gente. Stai! Dai colore a chi non ha niente. Niente!
Sai, quella coscienza, ci sfugge! E la paura è già … legge! Ave, Maria!
Più luce alla speranza! E’ così buia questa via! Ave, Maria!
Un abbraccio ancora! Tu puoi farlo, Maria? Un’altra volta, Maria!
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