Per il momento non ci sono novità significative, ma si continua ad investigare.
Sono passati 7 mesi da quel terribile 20 novembre in cui Silvia Romano, cooperante italiana di 23 anni, è stata rapita dal villaggio di Chakama (Kenya) in cui abitava. Da quel giorno le notizie sulle indagini in corso sono state scarse e da qualche mese a questa parte è calato un silenzio inquietante a riguardo. Le autorità keniote in un primo momento hanno comunicato con la stampa, spiegando che avevano trovato una pista che conduceva ad un gruppo di tre persone ed alla foresta nei dintorni di Malindi.
Nei giorni successivi è stato arrestato un uomo, ritenuto dalle autorità uno degli autori del rapimento. Da quell’arresto, però, non sono state tratte delle informazioni utili a seguire una pista concreta. Lo stesso esito ha avuto l’idea di fornire un identikit dei presunti rapitori associando una ricompensa a chiunque fornisse informazioni utili. Qualche mese fa è emersa una difficoltà di collaborazione tra le autorità italiane e quelle keniote, difficoltà che pare sia stata superata. Ciò nonostante al momento continua il silenzio stampa sul rapimento e sulle indagini.
Da gennaio ad oggi non è stata comunicata alcuna notizia certa sul rapimento della giovane Silvia Romano. Nei mesi scorsi è stata avanzata l’ipotesi che possa essere stata venduta come schiava ad un gruppo estremista, ma a riguardo non ci sono conferme. La polizia keniota lavora di concerto con le autorità italiane e ogni giorno si cercano tracce che possano avvicinare al salvataggio della ragazza. Il fatto che non ci siano notizie è dovuto ad una precisa scelta degli investigatori: allontanare il clamore mediatico per migliorare il lavoro di ricerca ed evitare la fuoriuscita di notizie false, fuorvianti o fastidiose, e riprendere a comunicare solo quando si avranno notizie certe.
Stando a quanto riportato dall’agenzia Agi, il direttore del portale degli italiani in Kenya, Freddy Del Curatolo, ha dichiarato che al momento non ci sono novità significative sulle indagini ma questo non significa che non ci si stia lavorando e che non ci sia più la possibilità di riportare Silvia ai genitori: “Da una parte c’è il Kenya, per così dire, vicino, quello degli italiani, di Malindi, con tutte le cose che accadano qui, nel bene e nel male, dove le chiacchiere e i pettegolezzi volano, dall’altra parte c’è l’Africa, che è uguale qui come in Mali o in Burkina Faso, dove la liberazione di uno straniero rapito può durare mesi, anni. E questo ci autorizza a sperare”.
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Luca Scapatello
Fonte: Agi.it
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